Le elezioni del rettore dell’Università di Parma, spiegate

di Francesco Dradi, con il supporto della redazione

Continuità o alternativa? Dopo i lunghi “regni” conservatori e autoreferenziali di Occhiocupo e Ferretti (rispettivamente 11 e 13 anni), il mandato di rottura di Borghi e la normalizzazione rassicurante di Andrei, l’Università di Parma è chiamata al voto (martedì 6 giugno, eventuale secondo turno il 13, eventuale ballottaggio il 15) per eleggere il nuovo rettore o rettrice che rimarrà in carica per i prossimi 6 anni, fino al 2029.

Candidati e rumor

Si candidano in tre: Sara Rainieri, Paolo Martelli e Antonio Montepara, nell’ordine di presentazione delle candidature. Nomi poco conosciuti al pubblico, a differenza degli ultimi rettori che prima di assumere la carica erano già noti in città.
Li abbiamo intervistati ponendo loro tre domande: la priorità del programma, gli alloggi per gli studenti e… una domanda scomoda. Trovate le interviste sul nostro canale youtube.

I rumor vedono Martelli leggermente favorito rispetto a Montepara e Rainieri. Tuttavia è difficile che un candidato vinca al primo turno (occorre la maggioranza assoluta del corpo elettorale, non è mai successo) però, da come uscirà il risultato, e con quali distacchi tra i primi due, si avranno indicazioni su come potrebbe finire il secondo turno (sufficiente la maggioranza relativa dei votanti).

Sara Rainieri

Paolo Martelli

Antonio Montepara

Non sarà un mandato facile. I recenti fondi del PNRR hanno dato linfa vitale a un bilancio che stava andando in difficoltà, ma il futuro si prospetta più impegnativo sotto diversi fronti: alcuni comuni a tutti gli atenei (e che però spingeranno a competizione reciproca) come il reperimento di risorse per la ricerca, e l’attrattività di una popolazione studentesca che si prevede in riduzione (anche e non solo per il calo demografico italiano). Altri specifici dell’Università di Parma come un forte mal contento del personale tecnico-amministrativo, che sta portando a una fuga di dipendenti causa bassi salari e pesante clima lavorativo. A far da cornice la sfida della sostenibilità, che può portare a significativi risparmi interni e innovazioni ambientali e di processo con ricadute sul territorio, attese dalle imprese. Una strada proclamata con vigore qualche anno fa, quella della sostenibilità, ma che negli ultimi tempi sta marcando il passo.

Fatto sta che questa competizione elettorale rappresenta un momento cruciale per l’ateneo, poiché il Rettore avrà il compito di prendere decisioni chiave per lo sviluppo accademico e la comunità studentesca.

In questa inchiesta – lunga, prendetevi il tempo per leggerla – proviamo a raccontare le problematiche dell’Università e gli intrecci con la vita quotidiana della città.

Università luogo di sapere e luogo di potere

Stiamo parlando di una realtà di grande peso anche per la città di Parma e il territorio circostante: sono infatti poco meno di 2.000 le persone che lavorano attualmente in Ateneo, tra docenti, ricercatori e personale tecnico-amministrativo. La seconda più grande amministrazione pubblica della città, dopo l’Azienda Ospedaliero-Universitaria.

Ma, soprattutto, è importante il numero degli studenti: oltre 30.000 giovani che si formano, studiano e ricercano nelle aule, biblioteche, laboratori di questa grande cittadella del sapere. Oltre il 40% di questi 30.000 provengono da fuori regione Emilia Romagna, e di questi il 5% da fuori Italia.

Un’Università la cui presenza è evidente un po’ in tutta la città, in termini di edifici e strutture dedicate: dal centro storico, con il Palazzo centrale di via Università, l’area via Kennedy/via d’Azeglio, la Pilotta, l’area Via del Prato/Piazzale S. Francesco, all’area ospedaliera di via Gramsci (per metà di proprietà universitaria), ad aree più esterne, ma di grande rilievo: i 77 ettari del Campus di via Langhirano, la certosa di Valserena/Paradigna, l’area di Veterinaria in via del Taglio. E ancora: i tanti musei e palazzi, l’Orto botanico, l’ospedale veterinario, gli impianti sportivi. Questi ultimi utilizzati anche dai cittadini nonché, durante l’estate, da migliaia di bambini a Giocampus.

Insomma, una grande realtà con importanti ricadute culturali, sociali ed economiche, sul territorio. E un potere non banale che si può gestire. Non si tratta solo delle spese che possono essere indirizzate nel bilancio (220 milioni il conto economico dell’anno scorso) ma forse, se vogliamo, in quell’influenza esercitata su altri incarichi in città e in territori limitrofi. Senza sconfinare in politica (ma non ignorando che attualmente sindaco di Parma è Michele Guerra, docente di storia del cinema) e fermo restando le qualità personali dei singoli accademici non può sfuggire che il presidente delle Fiere di Parma, di recentissima nomina, è il docente universitario di economia, Franco Mosconi. Così come accaduto in passato per le fondazioni bancarie cittadine e altri enti. Per certi versi è legittimo ed anche sperabile che l’Università esprima una parte della classe dirigente del territorio, potendo spendere competenze e capacità intellettuali e scientifiche di alto livello. Nel concreto è chiaro che entrare nelle grazie del Rettore può facilitare agli inizi, e anche in seguito, un percorso extra-accademico con molti onori.

Come è composto il corpo elettorale

Gli aventi diritto al voto sono, alla data odierna, complessivamente 1.958. Di questi 1.002 sono docenti (ordinari di prima fascia 248, associati, di seconda fascia, 435 e ricercatori 319), 866 sono unità di personale tecnico e amministrativo, il cui voto pesa però solo il 20% (quindi 173). Inoltre, votano 90 rappresentanti degli studenti nei consigli di dipartimento.

Nella prima votazione, che si terrà il 6 giugno, dalle 9 alle 18, sarà necessaria la maggioranza assoluta degli aventi diritto, cioè almeno 633 voti. Un’impresa che non è mai riuscita a nessun candidato, nella storia recente delle elezioni rettorali a Parma.

Nella seconda eventuale votazione, il 13 giugno, sarà sufficiente la maggioranza dei votanti. Se anche questa votazione non andrà a buon fine, Il 15 giugno andranno al ballottaggio i due candidati più votati al secondo turno. Per la prima volta si voterà esclusivamente online, da remoto o nei 2 seggi costituiti ad hoc nella sede centrale, autenticandosi tramite SPID.
Lo spoglio sarà trasmesso in diretta streaming, subito dopo la chiusura dei seggi.

I Dipartimenti più numerosi, in termini di docenti afferenti, e che potrebbero quindi “pesare” di più sul risultato finale, sono il Dipartimento di Medicina e Chirurgia (205 docenti) e il Dipartimento di Ingegneria e architettura (153 docenti).

Malcontento e fuga del personale

Che tipo di università si trova a dover gestire il nuovo Rettore/Rettrice? I punti di vista sono molto diversi, a seconda che si valuti la narrazione che è stata fatta in questi ultimi sei anni dai media locali o la testimonianza di coloro che lavorano all’interno dell’Ateneo.

Alcune testate locali in questi anni hanno affiancato quasi trionfalmente il Rettore attuale, dimostrando un afflato inusitato, nella storia dei rapporti tra Ateneo e sistema dei media, e facendone di volta in volta un forte innovatore, un convinto difensore della tradizione, colui che avrebbe in breve risolto i problemi dell’Ateneo lasciati dalle gestioni precedenti, sistematicamente e impietosamente avversate.

Di contro, all’interno dell’ateneo il malessere e l’ostilità nei confronti dell’attuale governance è cresciuta progressivamente. Il clima organizzativo interno, soprattutto tra il personale tecnico e amministrativo si è via via “avvelenato”: da tempo circolano accuse di clientelismo, di gestione caotica e poco trasparente delle diverse riorganizzazioni interne, di immobilismo, di mancanza di approcci meritocratici e di mancanza di una visione generale chiara e comunicata, che motivi il personale verso obiettivi condivisi. Questa cosa emerge, se pur in numeri limitati, anche dalle periodiche indagini sul benessere organizzativo.

Dalle testimonianze raccolte con questa inchiesta, la situazione si è appesantita con l’affidamento della Direzione generale – tramite bando e con successiva proposta del Rettore al CdA – all’avvocato Candeloro Bellantoni, già direttore generale dell’Università Milano Bicocca e poi dell’Università di Catania. Lungi da noi fare accuse, che non ci competono, si tratta tuttavia di riportare, da cronisti, pareri raccolti da più parti. L’attuale direttore generale, in carica dal dicembre 2019, dovrebbe rimanere fino al 31/10/2025.

Tra il personale docente si leva comune la protesta e l’insofferenza verso le lentezze burocratiche irrisolte, che rendono farraginose e caotiche le loro richieste, in ambito didattico e di ricerca, e di cui paradossalmente vengono accusati i dipendenti amministrativi. Questi ultimi sono per lo più gli incolpevoli esecutori di decisioni prese dai vertici, che a loro volta accusano le normative-capestro, senza alcun tentativo di effettuare quella “semplificazione amministrativa” che proprio le normative centrali raccomandano da oltre 20 anni. E la catena di accuse reciproche si allunga. I “muri” si alzano, le ostilità aumentano e questo paralizza l’ateneo rendendolo lento e inefficiente, a differenza di quanto avviene nelle altre università italiane.

Molto incide la questione degli stipendi. I salari sono sì bloccati da un mancato rinnovo del contratto nazionale, che vede i dipendenti universitari all’ultimo posto come retribuzione nella P.A., tuttavia ogni Ateneo integra con un salario accessorio e con il welfare aziendale.

Sul primo a Parma c’è un contenzioso in atto poiché non è chiaro se e in quale misura sarà corrisposto quest’anno. Dopo reiterate proteste nella busta paga di maggio i dipendenti hanno trovato una somma in acconto, ma non è dato sapere quando e quanto sarà il saldo totale. La questione è calda perché in molti considerano il salario accessorio “una boccata d’ossigeno” per i bilanci familiari. Detta così sembra una grossa cifra e invece si tratta di un’integrazione di 700 €, in media.

Il welfare aziendale è ai minimi termini: c’è un fondo assistenziale cui si può accedere una tantum e per importi limitati; non c’è alcuna polizza sanitaria (a differenza della gran parte delle università italiane, viene sottolineato).

Tutto questo sommato a un appesantimento delle incombenze amministrative e una rigidità formale hanno portato a una demotivazione del personale tecnico-amministrativo, tanto che la candidata Rainieri, nel dibattito promosso dai sindacati (ne parliamo dopo), ha affermato esplicitamente che vi è una “fuga del personale”. Pur non avendo ricevuto riscontro esatto sui numeri, il fenomeno è confermato da più parti, specialmente per quanto riguarda le P.O. (Posizioni Organizzative, termine burocratico che indica gli incarichi di “elevata responsabilità” nella pubblica amministrazione) che negli ultimi anni migrano verso altri enti pubblici o sono andati in pensione anticipata.
In questo contesto si dovrebbe parlare anche dei bassi salari dei ricercatori – una questione tutta italiana – che, se non altro, hanno prospettive di carriera.
Per chiudere una tabella riassuntiva, da cui si evince la stortura del binomio lavoro-retribuzione. Sono riportate le indicazioni del salario base; non sono contemplate eccezioni che pure vi sono, specialmente per gli incarichi di docenti e ricercatori.

Personale Dotazione in organico

UniPr

Stipendio medio
Tecnico-amministrativo “B” 78 1.100 €
Tecnico-amministrativo “C” 429 1.200-1.300 €
Tecnico-amministrativo “D” 271 1.500 €
Tec-am elevata professionalità 75 1.600 – 1.800 €
Ricercatore universitario 319 1.800 – 2.000 €
Docente di seconda fascia (associati) 435 2.500 – 3.500 €
Docente di prima fascia (ordinari) 248 3.500 – 6.000 €

Studenti in crescita o in calo?

Un dato che senza dubbio è un importante indicatore dello stato di salute dell’Università è quello del numero degli immatricolati: ma anche questo indicatore di base, che misura la capacità attrattiva e la vitalità dell’ateneo, è stato oggetto di curiose trasformazioni negli anni.
Un parametro di valutazione è il dato degli immatricolati (“iscritti per la prima volta al 1° anno di corso”), come da statistiche del Ministero dell’Università. A Parma dal 2017 si è deciso di comunicare non più il numero degli immatricolati, bensì il numero degli iscritti al 1° anno. Quindi, oltre alle vere “matricole”, si aggiungono coloro che per varie ragioni (burocratico-amministrative), risultano ancora iscritti al 1° anno. Tra questi, chi si trasferisce da un altro ateneo, chi non è passato al 2° anno per non aver superato esami propedeutici, ecc.
Questione di lana caprina? Non proprio.

Così facendo, il numero degli iscritti al 1° anno risulta decisamente maggiore. Di conseguenza si dà all’esterno l’immagine di un Ateneo in grande salute e fortemente attrattivo. Ma è veramente così?
Ecco allora il grafico riepilogativo, in cui si nota la differenza tra i numeri comunicati all’esterno da UNIPR (in blu – fonte sito UNIPR) e i numeri degli immatricolati come risultano nel data base del Ministero dell’Università (in arancione – fonte sito MIUR).

Come si evidenzia, fino al 2016 i dati coincidevano perfettamente. Dal 2017 la forbice si amplia.
È innegabile che ci sia stata una crescita, dal 2017 ad oggi, ma certo non così eclatante (e trionfalistica…) come la narrazione UNIPR ha voluto raccontare alla città in questi sei anni. Certo, nei dati presentati alla stampa viene sempre indicato che si tratta di iscritti al 1° anno e non di immatricolati. Ma a margine, e certamente è una informazione non raccolta dai media.

La domanda è: perché non comunicare i dati reali, dunque, così come li si comunica al Ministero? Qual è lo scopo che ci si pone, nell’aver scelto di comunicare dei numeri che non corrispondono alla categoria ufficiale delle immatricolazioni, utilizzata peraltro da tutti gli atenei italiani?

La situazione complessiva, in termini di numeri, degli studenti iscritti a UNIPR è in verità da tempo uno stato di “calma piatta”, come si evince anche dall’analisi del totale degli iscritti (dati tratti dal sito del Ministero dell’Università).

(Fonte OPEN DATA MINISTERO UNIVERSITA)

A riprova di quanto sopra affermato, si nota che in realtà il numero totale degli iscritti, in questi 20 anni, è rimasto pressochè stabile (sempre tra i 27 e i 29.000), fatto salvo il calo nel periodo 2014-2017.

Quindi, perché non affermarlo tranquillamente, invece di cercare i titoli roboanti sui giornali che dichiarano una grande crescita, sapendo che nessuno mai verificherà la corrispondenza tra le affermazioni e la realtà?

Un altro dato di grande rilievo è la capacità di attrazione degli iscritti da fuori Parma e da fuori regione: secondo gli ultimi dati, sono fortemente aumentati gli iscritti residenti a Parma, e questo rappresenta un’importante inversione di tendenza rispetto a quanto avveniva storicamente. I fuori regione iscritti al primo anno nel ‘22-’23 sono stati il 35%, un 10% secco in meno.

L’Ateneo aveva sempre fatto vanto, e giustamente, di una grande capacità di attrazione di studenti da fuori regione, e soprattutto dalle regioni meridionali. Se tanti studenti (circa 17.000 su 30.000) provenivano da fuori Parma e provincia, questo dimostrava la capacità dell’Ateneo di attrazione verso giovani che abitavano in aree distanti, i quali percepivano una forte qualità, tanto da determinare la scelta di trasferirsi dalla propria residenza per trascorrere anni a studiare in un’altra città.

In questo senso, gli atenei che esprimono caratteristiche di elevata qualità tanto da attrarre studenti da tutta Italia, e dall’estero, hanno un’utenza che li definisce di per sé “nazionali”, a differenza delle tante, piccole diverse università fondate negli ultimi decenni che raccolgono solo iscritti dalla propria provincia.

Ovviamente, questa caratteristica si traduce, dal punto di vista dell’indotto economico, in ricchezza che viene portata alla città da questi nuovi “domiciliati”, in termini di case in affitto, spese per alimentazione, abbigliamento, tempo libero, sport, cultura, ecc.
E, in ultima analisi, questo caratterizza una vera “città universitaria”, in cui una gran parte degli abitanti sono giovani che vi vivono per scelta (accademica) e non per nascita.

Ciò detto, ci si chiede: come mai quest’anno tale inversione di tendenza, cioè il pesante calo degli studenti provenienti dal sud Italia rispetto agli iscritti residenti a Parma, non abbia destato allarme, e sia passato quasi sotto silenzio. Una radicale inversione di tendenza nella storica identità dello studente UNIPR, che non ha sollevato quasi alcuna reazione.
Questi sono i numeri del 2022-23, anche solo confrontati con quelli dell’anno precedente, tratti direttamente dal sito dell’Università di Parma.

Il crollo di iscritti dal centro-sud e dalle isole (dal 22.2% al 15.1%) è ancora più evidente in quest’ultima immagine, dove si nota quanto si sia contratta la percentuale di studenti meridionali, aree dalla quale provenivano da oltre 30 anni molti degli iscritti a corsi di laurea dell’ambito medico, veterinario, ecc.
Ovviamente si tratta di un problema complesso, che presupporrebbe importanti e approfondite analisi di tipo sociale ed economico.
Sconcerta invece il silenzio successivo alla presentazione di questa sgradita situazione, quasi che non ci si renda conto di quanto tali numeri potranno influenzare lo sviluppo futuro dell’Ateneo e della città. O che li si voglia “tenere sotto traccia”, grazie anche al nessun risalto dato dai media locali sul tema.
Tuttavia sarebbe utile guardare anche al futuro che vedrà un calo demografico della popolazione giovanile e all’interno di questa una crescita dei nuovi italiani (1/6 dei bambini che nascono oggi) con i tanti addentellati che comporta, primo fra tutti, il basso reddito delle famiglie di provenienza e, dunque, una minor propensione all’iscrizione universitaria.
Questo potrebbe incidere, anche nel breve termine, sulla sopravvivenza di alcuni corsi di laurea (al momento sono 102 all’Unipr).
Si sta innestando inoltre una questione maschile, che non è solo parmigiana ma su scala nazionale e internazionale. La popolazione studentesca vede ormai una prevalenza femminile (60-40), come se i maschi avessero meno interesse a frequentare l’Università. I motivi sono da indagare e, come per altri aspetti, ci ripromettiamo di tornarci sopra. Una delle cause può essere il fatto che la laurea (o, meglio, le lauree in alcune discipline) non siano più foriere di carriera o reddito elevato.

Il problema degli alloggi: cosa è stato fatto finora?

Sul problema degli alloggi per gli studenti universitari si è aperto un ampio dibattito, a seguito delle “proteste delle tende” da parte degli studenti in tutta Italia che hanno segnalato quanto incide il costo degli affitti e quanto questo problema determini un calo nella mobilità degli studenti universitari fuorisede e, comunque, un limite al principio del diritto allo studio.

Il problema è stato segnalato anche da parte di tanti studenti universitari fuorisede che abitano a Parma, e su questo tema sono emerse posizioni molto diverse e interpretazioni opposte, circa l’impegno che l’ateneo avrebbe espresso in questi anni per affrontare il problema.

Che il tema abbia toccato un “nervo scoperto” è apparso evidente dallo scambio epistolare pubblico, insolitamente bellicoso, tra l’ex Pro rettore all’edilizia Carlo Quintelli e l’attuale Rettore Paolo Andrei sul mancato intervento al Campus.

Senza dubbio può apparire paradossale che il Campus di via Langhirano, a differenza di quanto avviene in tali contesti a livello anglosassone ma anche in Germania in Spagna e in alcuni casi in Italia non ospiti residenze per studenti, e anche magari per visiting professor (in crescita e con nessun servizio alloggio a disposizione). I pochi tentativi effettuati dal 1990 ad oggi sono naufragati, anche per l’aperta opposizione di coloro che ritengono che il Campus debba restare una cittadella dedicata solo allo studio e alla ricerca, e non sia destinata anche alla residenza di coloro che studiano in Ateneo.

Clamoroso, ma poi dimenticato, il caso della sede del Plesso di Matematica, al Campus, che a inizio anni 2000 fu progettato, costruito e addirittura arredato per essere una residenza per studenti, costituito da mini alloggi individuali (camera, angolo cottura, bagno e balconcino per ognuno) e spazi studio comuni. Mai inaugurato come residenza, gli alloggi furono poi ri-convertiti e diventarono studi per docenti dell’area di Matematica.
Segno che l’opposizione, proveniente da una parte dell’Ateneo, alla costruzione di alloggi per studenti all’interno del Campus non è certamente di oggi.

È evidente che, se è vero che l’Università di Parma vede una percentuale tuttora elevata di studenti non residenti (circa 17.000), è altresì vero che negli ultimi vent’anni il numero dei posti-letto offerti da Ergo (l’Azienda Regionale per il Diritto allo Studio Universitario) è rimasto pressoché invariato (circa 650), e che questa situazione inevitabilmente fa lievitare il prezzo dei posti-letto offerti da privati.
La diminuzione degli studenti fuorisede può spiegarsi anche così. Mantenere una ragazza o un ragazzo all’Università è una spesa impegnativa per le famiglie. Se i prezzi salgono a dismisura è probabile che le famiglie del cosiddetto ceto medio non riescano più ad affrontarli.
L’argomento è stato molto dibattuto tra i tre candidati nell’unico confronto pubblico avuto, organizzato dai sindacati Cgil, Cisl e Uil, che hanno evidenziato tre piste diverse per raggiungere l’obiettivo – da raccomandazione europea – del 20% dei posti letto per gli studenti fuori sede.  A Parma vorrebbe dire 3.600 posti. Purtroppo a tutt’oggi non si intravedono soluzioni concrete né progetti a breve termine che possano risolvere questa situazione.

Sono programmati da anni i progetti relativi all’ex carcere di San Francesco (87 posti letto previsti) e l’ex convento dei Cappuccini – S. Caterina, in Oltretorrente (acquisito vantaggiosamente da un’asta. Ora c’è da affrontare la ristrutturazione. Si prevede di ricavare 61 posti letto, al costo complessivo di 13,5 milioni ma la richiesta di finanziamento statale – 8.446.000 euro – pare essere ancora in fase di valutazione da parte del Ministero). Proprio su questo aspetto si è scagliato Montepara che, citando i dati dell’ufficio tecnico, ha asserito che se “il costo è di 243mila a posto letto, allora si fa prima ad andare sul mercato ad acquistare alloggi”. Dopo aver stigmatizzato l’inconcludenza del “Fondo affitti garanzia”, una delle misure pensate da “Parma città universitaria” (ne parliamo dopo) che ha visto solo 2 appartamenti messi a disposizione da privati, Montepara ha esplicitato l’intenzione di coinvolgere Confedilizia, Ania e piccoli proprietari per affrontare di petto la questione. Per Rainieri “il Tavolo interistituzionale è da riattivare, con una progettualità per recuperare alloggi da vari enti. Chiederei con forza fondo statale per approccio diritto allo studio per studenti fuori sede. La residenza universitaria deve rimanere in gestione pubblica”. Martelli ha annunciato che l’Università ha opzionato 70 posti letto in una struttura in disuso di Ad Personam, da trasformare in studentato. E nel medio termine si sta valutando un intervento pubblico privato per ristrutturare il complesso di San Luca degli Eremitani. Tuttavia sul lungo termine Martelli ritiene che “Parma dovrebbe avere 3.600 posti letto per studenti fuori sede, il 20% secondo medie europee, e questo si può ottenere solo con interventi di privati”. Un impegno visto come necessario poiché “avremo un calo per denatalità e dobbiamo continuare ad essere attrattivi”.

Per ora il problema degli alloggi per gli studenti universitari resta un nodo insoluto, e senza avvisaglie di soluzioni a breve, per il prossimo anno accademico.

Parma città universitaria

“Parma città universitaria” è una convenzione-quadro tra Università e Comune, stipulata nel 2016 dagli allora rettore Borghi e sindaco Pizzarotti, per avviare un rapporto istituzionale tra Università e città, mai avuto prima. Si formalizzò un Tavolo periodico di confronto tra i rappresentanti delle due realtà, con il coinvolgimento attivo anche degli studenti. Venne aperto il Welcome point dell’Università, punto di informazioni per studenti, cittadini e turisti attiguo al Ponte Romano. Il progetto si ampliò coinvolgendo anche alcuni comuni limitrofi. Questo impulso è via via scemato e ora l’accordo langue.

Il sindaco Guerra non ha assegnato la delega dei rapporti con l’Università, avocando a sé questo ruolo, il che non è certamente un’impresa facile, considerando i mille impegni del vertice politico; la situazione sembra per ora ristagnare, senza proposte realmente innovative da nessuna delle due parti.

Il complicato rapporto con l’Ospedale

Dopo il terremoto dell’inchiesta Pasimafi che scosse l’Università e l’Ospedale nel maggio del 2017, in cui si susseguirono indagini della Procura, denunce, accuse di corruzione, arresti, titoloni di testate nazionali, e che di fatto si concluse con le dimissioni del Rettore Borghi e, dopo 10 mesi, con il suo suicidio, i rapporti tra università e ospedale si sono attestati in una sorta di “lavoriamo senza disturbarci reciprocamente”.

I conflitti sorti sei anni fa paiono scomparsi nel nulla, una cortina di oblio è caduta sui protagonisti di quella tragica stagione, la linea di comportamento pare essere quella di dimenticare quanto accaduto e lasciare che eventuali problemi vengano affrontati in contesti riservati. Come spesso accade nella Petite Capitale.
Eppure è una storia che andrà riscritta, perché in attesa dell’esito dell’ultimo processo (in cui peraltro i reati imputati sono fortemente ridimensionati) va registrata l’assoluzione e archiviazione dei fatti per la gran parte dei protagonisti, a partire dal professore Guido Fanelli. Qui un articolo del Dubbio del novembre scorso.

Oggi sul tavolo c’è una questione non proprio marginale. In dirittura d’arrivo ci si è accorti che la fusione tra AUSL e Azienda Ospedaliero-Universitaria non è consentita dal DLgs 517/99. Il processo avviato un anno fa dalla Regione e dagli attori locali, per addivenire ad una unica grande azienda sanitaria su base provinciale con ruolo universitario ridimensionato, ha subito uno stop semplicemente perché la legge lo impedisce. Lasciamo gli interrogativi aperti, sul come si è arrivati a questo punto, registrando come, per uscire dal buco, si pensi ad una forma di sperimentazione istituzionale.

Le attese dei docenti

L’Università italiana è sottofinanziata. Questo è il dato di fondo che emerge dall’ascolto dei docenti universitari, specialmente quando si fanno i paragoni con gli atenei esteri. Un problema cronico. Più attuale e stringente è la difficoltà crescente nel fare ricerca. A parte i fondi PNRR rivolti a sostenibilità e innovazione tecnologica, peraltro non idonei per tutti, i docenti lamentano un venir meno delle risorse strutturali dal finanziamento statale. Di converso si aprono le opportunità dei bandi europei. Tuttavia la partecipazione a tali bandi comporta un appesantimento degli oneri burocratici e, per l’ateneo parmigiano, si avverte l’assenza di una struttura di supporto ad hoc, tecnico-amministrativa interdipartimentale.

Un altro elemento, ritenuto giusto e doveroso ma vissuto con fastidio, è il sistema di valutazione nazionale dei docenti che, per molti, risponde a uno schematismo rigido, da riformare.

Tra i docenti interpellati per questa inchiesta non emergono altri aspetti prioritari e condivisi per migliorare la vita universitaria. Vi sono rimostranze, più che accuse, su carenze e stato degradato degli immobili, su presunti casi di nepotismo e sul permanere di atteggiamenti baronali. Ma il confine è labile con le maldicenze.

Sul ruolo dell’Università c’è chi lamenta un venir meno del “Pensiero critico” e un proliferare di lauree ad honorem.

Quel che è certo è che le delibere del consiglio d’amministrazione e gli atti del rettorato sono pubblici e, quando si tratta di investimenti, hanno la loro rilevanza anche sul tessuto cittadino, eppure – una volta esaurito il periodo elettorale – non finiscono quasi mai sotto la lente del dibattito.
D’altronde l’Università non è il Comune, non c’è un’opposizione e dei mass-media che svolgano attività di controllo, che pongano richieste di chiarimento, per cui tante cose rimangono sottotraccia.

I candidati in lizza

Vediamo di saperne qualcosa in più dei 3 candidati. Sul sito dell’Università potete trovare curriculum e programmi. Come detto li riportiamo qui per ordine di presentazione della candidatura.
I tre hanno visioni senz’altro molto distinte su come guidare l’ateneo verso il futuro, che derivano dall’essere docenti con una forte specificità personale, pur avendo tutti un percorso e storia professionale tutte interne all’Ateneo parmigiano. E nei programmi, ma anche nel diverso stile comunicativo dei 3 candidati, queste differenze emergono fortemente. Un dibattito che rende la diversità delle idee e degli approcci è stato organizzato dai sindacati Cgil, Cisl e Uil e la registrazione è qui .

54 anni, fidentina, marito imprenditore, 2 figlie, docente di Fisica Tecnica Industriale nel Dipartimento di Ingegneria e Architettura, Sara Rainieri ha avuto modo, dal 2013 ad oggi, di ricoprire anche rilevanti ruoli di gestione, prima come delegata all’orientamento con il Rettore Borghi, poi come prorettrice alla didattica e ai servizi agli studenti con il Rettore Andrei.
Parole d’ordine: innovazione, servizi, partecipazione, apertura, inclusione, trasparenza e ascolto.
Pro Solare ed entusiasta, conosce bene la macchina amministrativa e ha gestito in prima persona il processo di valutazione della qualità dell’Ateneo, condotta dagli esperti dell’Agenzia nazionale per la Valutazione del Sistema Universitario e della Ricerca (ANVUR), che nell’aprile 2019 hanno accreditato UNIPR come ateneo di fascia A. Ha coordinato il progetto Parma Città Universitaria per creare un modello di comunità a misura di studente.
Contro venendo da un mandato a supporto del rettore Andrei, in diversi non colgono la reale alternativa che vorrebbe portare. Allo stesso modo è docente nel dipartimento diretto da Montepara e difficilmente può avere lì una sua base elettorale.

Paolo Martelli, parmigiano, 63 anni, 2 figli, docente di Clinica Medica Veterinaria, già Direttore del Dipartimento di Salute Animale e dell’Ospedale Veterinario Universitario, oltre a una lunga carriera di docente e una rilevante attività di ricerca (pubblicazioni e congressi) ha anch’egli avuto importanti ruoli di gestione amministrativa in Ateneo: membro del Nucleo di Valutazione, Prorettore all’Edilizia con il Rettore Ferretti, e da ultimo Prorettore vicario, a fianco del Rettore Andrei, per 6 anni.
Parole d’ordine: umiltà, equilibrio, coraggio, solida esperienza.
Pro Garantisce continuità col rettore Andrei, il cui mandato è generalmente apprezzato, essendo stato il suo più stretto collaboratore (nella convinzione che questo sia letto positivamente in certe aree dell’ateneo e della città). Ha una profonda conoscenza della macchina universitaria.
Contro Rischia di pagare scelte contestate, come quella del direttore generale, che hanno prodotto un clima teso e demotivazioni tra il personale tecnico-amministrativo.

Antonio Montepara, abruzzese, 62 anni, 2 figlie, ingegnere civile, docente di Strade, ferrovie e aeroporti alla facoltà di Ingegneria, importanti attività scientifiche e collaborazioni internazionali alle spalle. Tra le sue esperienze gestionali interne, è stato Preside della Facoltà di Ingegneria e Delegato per l’edilizia a fianco del Rettore Occhiocupo. Non è la prima volta che Montepara si candida al ruolo di rettore: nel 2013, alla tornata elettorale che vide poi la vittoria di Borghi, si presentò e raccolse 149 voti (quorum era allora 534). Si ritirò alla seconda votazione.
Parole d’ordine: internazionalizzazione, ricerca e apertura esterna, “università come motore dello sviluppo sociale, economico e tecnologico”, innovazione e capitale umano su cui investire.
Pro Caparbietà, decisionismo, e un savoir faire che al Campus trova un buon ascolto.
Contro gli viene imputata una certa sbrigatività (che Montepara rimpalla al mittente, spiegando di non aver ricevuto alcun rilievo dai revisori sull’attività del Dipartimento che dirige). Un inciampo nella sua carriera è stata la sanzione della Corte dei Conti, passata in giudicato dalla Cassazione nel 2019, per aver svolto tra il 2007 e il 2011 attività extra professionali non autorizzate dall’Ateneo. Prima si poteva non comunicarlo, poi il DL Brunetta, n. 165/2001, impose di chiedere l’autorizzazione. Questione controversa, che riguardò molti docenti in tutta Italia, con fattispecie diverse. Dopo la sentenza definitiva, Montepara sta versando all’Università i compensi ricevuti non autorizzati. Partita chiusa.

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  1. Nicola Valenti
    Nicola Valenti dice:

    Molto interessante ed, al solito, esauriente. Cose che in giro non leggi. Verso una università più trasparente. Vengono in mente i famosi studi sul nepotismo nell’accademia italiana, che tanto fanno pensare che gli studenti vengono sempre come ultima delle priorità (vedi studio qui sotto come esempio).

    Sento dire di progetti di rinnovamento dell’orto botanico con sinergia tra università e industriali, con immancabile Arch. Canali (onnipresente). Mi piacerebbe che Libera Informazione concentrasse la luce anche su questo. Uno degli obbiettivi del movimento Salviamo l’orto botanico nel 2011 (?) era di riportare l’orto al centro della vita cittadina, rispettando la realtà di luogo protetto e di studi . Spero il progetto porti a questo, ma non tutte le vibrazioni sono positive. Grazie in anticipo 🙂

    https://www.google.com/url?sa=t&source=web&rct=j&url=https://www.orientamento.it/wp-content/uploads/2014/10/nepotism-in-italian-univesities.pdf&ved=2ahUKEwiFy-GHl5__AhVNyKQKHTSyDNsQFnoECAoQAQ&usg=AOvVaw0-UfF1DUESTYW4M89LOp5f

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