In bocca al lupo

Inchiesta di Francesco Dradi e Chiara Bertogalli

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Prologo

Crepi il lupo”, “Evviva il lupo” o anche “Lunga vita al lupo”.

Quale risposta pronunci quando ti augurano “In bocca al lupo” per una nuova avventura?

La risposta più comune e immediata è “Crepi!”, perché si tratta di un motto atavico, introiettato fin dall’infanzia in funzione apotropaica, come spiega l’Accademia della Crusca.

Benché il lupo fosse scomparso nel nord Italia e ridotto a un centinaio di esemplari nell’appennino centro meridionale – censimento degli Anni Settanta – la temibile fama che questo predatore suscitava era tramandata intatta nelle favole e nei racconti.

L’approccio è cominciato a cambiare quando il lupo è tornato davvero, da un lato rinfocolando timori e risentimenti verso un predatore carnivoro che sta in cima alla catena alimentare, dall’altro alimentando il fascino, inatteso e spiazzante, incarnato dal mito dell’animale libero e selvaggio.

Non può essere un caso se le clip video di lupi, sempre più frequenti, stiano surclassando i filmati di gattini per numero di click.

Questa dicotomia – paura e fascino – nella risposta umana alla presenza del lupo, anziché appianarsi sulla base di sempre maggiori evidenze scientifiche “tranquillizzanti”, si è man mano accresciuta con la prevalenza degli aspetti allarmistici, specialmente a seguito di casi circostanziati di inusuali predazioni su cani (in termini assoluti si tratta di una media di 10 casi l’anno).

Una dicotomia che fa emergere alla luce del sole una strisciante divergenza, sempre più marcata, sulla “visione del mondo” tra abitanti della montagna (e della campagna) spesso addetti al settore primario (agricoltura e correlati), in costante riduzione, e popolazione urbana che non vede più il lupo come nemico (“Crepi”) ma come un simbolo di riscossa e financo protezione (simbolo che peraltro affonda le radici nella lupa capitolina che allatta Romolo e Remo) e dunque risponde “Evviva il lupo”.

Fine del prologo.

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Un approccio di informazione scientifica, basata sui fatti e sui dati

Vorremmo, con questa serie di inchieste, riportare un’informazione più rigorosa, che si prende il tempo per approfondire i temi. Cercheremo di descrivere la situazione e spiegare i fatti nel modo più oggettivo possibile, partendo dai dati e ascoltando gli esperti.

Iniziamo facendo un passo indietro, rapidissimo: il lupo è considerato “nocivo”, e da fine Ottocento agli Anni Sessanta è cacciato e sterminato pressocché ovunque in Italia (furono messe anche delle taglie, con ricompensa), e spinto sull’orlo dell’estinzione. Nel 1971 per la prima volta, con un decreto ministeriale è definito specie protetta, chi lo uccide commette un reato. Rimangono gruppi sparuti tra Abruzzo e Calabria, la stima è di un centinaio di lupi rimasti. (Puoi approfondire con questa storica pubblicazione del WWF. Attenzione che alcuni riferimenti di etologia nel tempo sono cambiati.)

Non essendo più perseguitato, e con il progressivo esodo di persone dai monti alle città, il lupo pian piano torna a crescere e si disperde, per trovare nuovi areali.

Negli anni Novanta si affaccia anche in Emilia.
Fino a che, nello stupore generale, un lupo viene investito nella tangenziale nord di Parma. È il lupo Ligabue, di cui parleremo dopo. Era il febbraio 2004: in vent’anni il lupo si è diffuso in tutta la provincia, dall’Appennino fino al fiume Po, che in periodi di magra attraversa facilmente. Come mai si sta espandendo?

Un attimo ancora e ci arriviamo. Prima diamo i numeri.
Perché nel frattempo si alzano grida d’allarme: “I lupi sono tanti, sono troppi”. Ma cosa vuol dire tanti e troppi, senza avere numeri precisi e conoscenza del fenomeno?
È comprensibile che coloro che hanno subìto una predazione da parte del lupo siano infastiditi e anche allarmati. Tuttavia la sensazione è che si voglia agitare la paura e questo, se viene assecondato da parte degli amministratori, senza aver contezza del fenomeno, non pare appropriato.
Così come è parso errato convocare riunioni istituzionali, tra dicembre e febbraio, per affrontare il problema coinvolgendo solo alcune parti in causa e senza gli esperti di settore. Il che, poi, ovviamente scatena le polemiche (per rinfrescare la memoria: uno, due e tre).

Dicevamo i numeri

Intanto cominciamo col comunicare i numeri ufficiali.
L’anno scorso l’Ispra che è Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, quindi l’ente statale più accreditato che c’è, ha concluso e divulgato il più ampio monitoraggio puntuale mai svolto in Italia e nel mondo, condotto nel 2020 e 2021, anni di pandemia, grazie al coinvolgimento di tecnici del settore, carabinieri forestali e tantissimi volontari. Tutto questo per dire che la ricerca è seria e comprovata.

Ebbene: i lupi in Italia sono 3.307 (forchetta 2.945 – 3.608), dei quali 946 nell’arco alpino e 2.388 nella cosidetta Italia peninsulare. Benché le cifre siano di estrema precisione i ricercatori precisano che sono delle stime: molto attendibili ma ci può essere qualche variazione, da qui la forchetta.

Per fare un paragone, sempre da stime di Ispra, i cinghiali in Italia sono 1.500.000. Capito bene? Tremila lupi e un milione e mezzo di cinghiali.

Ma veniamo al nostro territorio, alla provincia di Parma. Perché lo studio di Ispra è stato svolto anche con un campionamento intensivo in 13 aree campione del Paese. Ed è venuto fuori che nel cluster di Parma e Piacenza, un’area di 100 chilometri quadrati in montagna, compresa tra le valli del Ceno, del Taro e del Nure, la densità media di presenza è di 9,6 lupi, la più alta in Italia. A seguire c’è la densità nelle Foreste Casentinesi con 8,6. (Report nazionale lupo regioni peninsulari, Ispra, pag 63)
In sostanza abbiamo 10 lupi in un’area di 100 kilometri quadrati.

Qui si fermano i dati scientifici. Per ottenere dati altrettanto puntuali sul territorio provinciale occorrerebbe un monitoraggio pedissequo, cella per cella.
Tuttavia, da giornalisti, non ci fermiamo e proviamo ad addivenire ad una stima indicativa del numero di lupi nel nostro territorio.
Abbiamo chiesto agli esperti del settore come provare a fare un calcolo a tavolino, partendo dall’estensione della provincia di Parma (3.744 kmq), considerando il fatto che la presenza del lupo è largamente diffusa, fino al Po. In base ad alcuni rilevamenti svolti dagli enti di protezione naturale nelle province emiliane, la stima è che l’areale medio occupato da un branco di lupi, nelle nostre zone, sia di 80 kmq.
Dividendo la superficie provinciale (tolte aree urbane ed industriali, circa 500 kmq) per l’areale medio si ottiene un risultato di 40 branchi presenti nel parmense. Cifra che è considerata attendibile.
Da letteratura scientifica sappiamo che ogni branco è composto da 4-6 lupi. Dunque con una moltiplicazione si arriva a un risultato di 200 lupi (una forchetta tra 160 e 240). Ripetiamo a chiare lettere che è una stima, non scientifica, che andrebbe comprovata da un rilevamento puntuale sul terreno, ma è pur sempre una stima che parte da presupposti consolidati.
Tuttavia, ora che abbiamo un numero di stima, come possiamo valutare se i lupi sono tanti o troppi?

L’attività venatoria

Sicuramente sono troppi per i cacciatori, dei quali sono un diretto “competitor” sulla selvaggina. Numerose si rincorrono le segnalazioni di disappunto per un calo della popolazione degli ungulati. In base agli studi effettuati sappiamo che il fabbisogno giornaliero di un lupo è di 2-5 kg di carne, dunque una famiglia di lupi, per sfamarsi preda un animale di media taglia ogni due giorni. Di preferenza cinghiali e caprioli.
Stando alle dichiarazioni di Giuseppe Di Martino, esponente dell’ATC Parma 4, nel giro di 15 anni ci sarebbe stato un drastico calo, del 75-90%, della popolazione di caprioli.
Luigi Molinari ed Emanuele Fior, i tecnici degli enti Parco da noi sentiti, invece, asseriscono che i numeri di ungulati sono in crescita per cinghiali e cervi. Per quanto riguarda il capriolo la presenza è stabile, in lieve diminuzione rispetto ad anni fa, per motivi di saturazione dell’ambiente.
La questione degli ungulati merita di essere approfondita a sé, anche per il portato dei danni da fauna selvatica che qui non trattiamo (ma se vuoi farti una prima idea qui il report della Regione Emilia-Romagna).

Il mondo venatorio è ipersensibile verso il lupo anche a causa della predazione sui cani. Ci torniamo, prima un’altra riflessione.

L’uso delle parole

Noi diciamo branco di lupi, ma se invece dicessimo famiglie di lupi? L’impressione sarebbe già diversa, giusto? Perché la parola branco ha un’accezione negativa, da criminalità e invece la parola famiglia è positiva, un rifugio di affetti che ci dà protezione e ci fa crescere. Dobbiamo capire che le dinamiche dei lupi assomigliano più a quelle delle famiglie, famiglie allargate, che fanno crescere i cuccioli.
Un’altra parola che sarebbe da bandire è maschio alfa.
La teoria del maschio alfa è stata messa molto in discussione dallo stesso David Mech, il biologo che per primo la introdusse e che tuttora è uno dei massimi esperti mondiali .
Certo, il lupo è un predatore carnivoro e per questo quando deve procurarsi il cibo va alla ricerca di selvaggina e la famiglia/branco si muove tutta insieme, per avere maggiori probabilità di successo nella caccia agli ungulati. Ma tutto questo fa parte del ciclo della natura e non deve spaventare. Semplicemente non ci eravamo più abituati, poiché il lupo dalle nostre parti era scomparso, estinto da inizio Novecento, ed è tornato solo negli ultimi trent’anni. Il suo ritorno ha scatenato un conflitto con i cacciatori e questo è innegabile. Da qui si è cominciato a soffiare sulle paure.
Colui che ha approfondito il tema, da un punto di vista antropologico e culturale, è lo scrittore Mario Ferraguti, appassionato ricercatore di tradizioni e credenze montanare, di folletti e guaritrici, in via di scomparsa. Il suo ultimo libro “L’autunno in cui tornarono i lupi” ripercorre, in modo romanzato, vicende che affondano nel tempo e invece… alla luce dei recenti toni allarmistici ci ha detto che “La cosa più sconcertante è che in vent’anni non è cambiato nulla” a fronte di studi e conoscenze scientifiche del lupo che, al suo ritorno nelle nostre zone, non c’erano.

I cani predati

L’allarme si è alzato nei mesi scorsi con notizie di predazione di cani, mangiati dai lupi – invero notizie non sempre verificate e poi purtroppo non smentite a dovere quando risultate non veritiere. A parte che non è una novità, nel senso che già altri casi simili erano accaduti dieci anni fa, anche in questo caso le spiegazioni sono semplici.
Va considerato che il lupo è un animale territoriale, che se può si stabilisce in una porzione di territorio, di bosco, ed è evidente che se all’improvviso vede arrivare un competitore, come può essere un cane da caccia, o come talvolta è anche un cane domestico lasciato vagare, il lupo lo vede come un “intruso”, ed essendo un predatore, lo assale e spesso non gli lascia scampo.
Ma se ci pensi anche noi, se un intruso ci entra in casa, ci ribelliamo.

Peraltro l’allarme è forse sovrastimato dato che in termini assoluti si tratta di una media di 10 casi l’anno, pur nelle more di casi non denunciati.

Il punto, come dicevamo prima, è che non siamo più abituati a convivere con degli animali predatori che in Europa erano scomparsi da tempo, a differenza di altri continenti.
Per questo chi ha dei cani e li porta a passeggio deve prendere delle precauzioni, e anche chi li ha in case di campagna, la notte deve custodirli.
L’interrogativo da porsi è: a chi “appartiene” il bosco? Agli animali selvatici o a noi umani, e chi esercita l’attività venatoria ha più “diritti” di altri? Perché è qui un primo punto nodale.

I pranzetti al ristorante

E veniamo al cuore del problema. La crescita e diffusione del lupo ha una spiegazione semplice ed è legata alla enorme disponibilità di cibo che trova a poche decine di metri dalle abitazioni, in campagna.
Nel parmense ci sono 1.407 allevamenti con 152.000 capi bovini. (Banca dati Nazionale Anagrafe Zootecnica)

 

Tanti? Pochi? Sono i numeri alla base della produzione del formaggio parmigiano-reggiano che sfodera numeri sempre più da record. Per avere una produzione di latte stabile, nelle stalle il numero di vacche in lattazione deve essere costante, e questo comporta un ciclo di parti incessante durante l’anno. Nascono vitelli di continuo. Per farla breve e senza scendere troppo in dettaglio: vi sono da smaltire le placente delle vacche e talora anche vitelli o vacche morte. Spesso questi “scarti” sono gettati in letamaia, cosa lecita e consentita per le placente, meno per gli animali morti. Tutti questi nutrienti, come si capisce, sono un invito a pranzo – o meglio a cena, considerate le abitudini notturne – per il lupo, che non deve neanche più fare la fatica di cacciare.
In più consideriamo che le stalle sono tante e a breve distanza tra loro. Dunque un branco di lupi può insediarsi in un’areale mediano a quattro-cinque stalle e troverà da mangiare praticamente tutti i giorni.
Attenzione: non stiamo accusando gli allevatori. Stiamo solo illustrando uno stato di fatto. E lo possiamo mostrare con un fermo-immagine di tracciatura notturna di un lupo a cui è stato messo un radio-collare, la mappatura è relativa ad un paio di mesi. L’immagine parla da sola.
I lupi trovati feriti, vengono curati e reimmessi in natura con un radio-collare, per monitorarli e poterne studiare il comportamento. L’ultimo caso è Connel un lupo di tre anni, trovato avvelenato a Parola di Fidenza, e reintrodotto qualche giorno fa.

È per questo motivo che i lupi si avvicinano sempre più alle case: perché si stanno abituando a frequentare le stalle. La prima conseguenza è che ciò ingenera il conflitto con i cani da guardia e può originare qualche pericolo di “incidente” anche se finora i lupi si dileguano quando si accorgono della presenza umana, perché hanno timore dell’uomo.

Questa è la vera situazione anormale che le istituzioni devono cominciare ad affrontare, assieme a tutti i soggetti coinvolti, per ridurre il potenziale di rischio.

Un altro alimento di facile reperibilità per il lupo sono le nutrie. In questo caso non ci sono proteste, anzi. I cosiddetti castorini sono una specie alloctona considerata un flagello in pianura, per le coltivazioni e la stabilità di terreni e argini fluviali. Le nutrie sono “lente” e contro un lupo non hanno scampo. Questo comporta la stanzialità dei lupi in pianura e, negli spazi aperti, una più facile avvistabilità.

Gli studi scientifici evidenziano come i branchi di lupi si autoriducano di numero (morìa degli esemplari deboli) o cambino zona se non trovano sufficiente cibo. La sensazione è che non sarà facile trovare una soluzione rapida e immediata.

Qualcuno pensa che una soluzione possa essere l’abbattimento dei lupi, ma difficilmente può essere la strada giusta. A parte che il lupo è specie protetta dalla Convenzione internazionale di Berna (1979) e quindi sono necessarie delle deroghe motivate, questo innescherebbe un forte conflitto sociale e, tutto sommato, non servirebbe: in poco tempo ne tornerebbero altri.
Non è escluso, tuttavia, che per dimostrati casi di singoli lupi problematici verso l’uomo (casi che ora nel parmense non sono segnalati) si possa autorizzare un abbattimento.

Lupi bracconati

Va detto che già oggi il 30% dei lupi trovati morti, viene ucciso. Nelle province di Parma e Reggio Emilia nell’arco di un anno vengono ritrovate 30 carcasse di lupi, dei quali 8-9 sono morti avvelenati o per colpi di arma da fuoco. (Fonte: Parco Appennino Tosco-Emiliano).
Si stima peraltro che il numero di lupi uccisi possa essere più alto.

Il lupo in città

Una novità degli ultimi tre anni è l’arrivo dei lupi in città, a Parma. Nelle chat degli appassionati circolano filmati pressocché inediti di un lupo ripreso in via Spezia, un altro sulle sponde del torrente Parma, sotto viale Rustici. Qualche settimana fa ha fatto scalpore una lupa in largo Ghidetti al Cinghio, altri se ne sono visti nell’alveo del Baganza. La cosa ci sorprende ma dobbiamo sempre più abituarci a queste incursioni, che peraltro possono indurci a riflettere sul ritorno in equilibrio del rapporto tra uomo e natura.

Un’occasione di turismo

E in più possono essere una buona occasione di turismo ecosostenibile.
Noi a Parma possiamo vantare la storia del lupo M15, soprannominato Ligabue: fu trovato ferito e macilento nel febbraio del 2004 ai bordi della tangenziale nord di Parma. Fu salvato, curato e reimmesso in natura. E poi da vero lupo in dispersione si fece mille chilometri, sconfinando in Francia. Ecco quella storia, che è documentata in un video della Provincia di Parma, andrebbe valorizzata come punto di partenza, per una nuova e bella frequentazione dei nostri boschi, anche in zone montane.
Sono molte le persone che vorrebbero saperne di più sul lupo e fare escursioni alla ricerca delle tracce e, se possibile, anche vederlo da lontano. Naturalmente non è facile avvistare un lupo. Si possono fare appostamenti senza frutti, e quando meno te lo aspetti, ecco un’apparizione fugace, cinque secondi e via.

Ecco alcuni spunti:
Via dei lupi
Centro visita al Parco nazionale di Abruzzo, Lazio, Molise
Centro uomini e lupi a Entraque, Aree protette Alpi Marittime

In bocca al lupo!

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